Salvatore Picciuto
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Crepa interna

2013~2019 - Territori del Fortore, Italia


Prefazione
Il Mezzogiorno d'Italia tra isolamento,
desertificazione ed emigrazione
testo di Sandro Iovine

Povertà in aumento, calo dei consumi, allarme lavoro, crisi industriale, mancanza di infrastrutture, crollo demografico. La questione meridionale investe il Mezzogiorno, oggi come ieri, e il sottosviluppo sembra essere una condizione cronica. Assenza di infrastrutture viarie e quindi di comunicazione e scambi reali tra paesi e città, collegamenti figli di concetti obsoleti di viabilità e un'incuria di decenni hanno prodotto strade sconnesse, prive di segnaletica, usate per spostare il bestiame, quando addirittura non sono state dismesse prima ancora del collaudo.

Sono gli stessi abitanti che, per garantirsi l'incolumità, dan vita a interventi spontanei di messa in sicurezza. Certo ci sono anche raccordi a scorrimento veloce che collegano i capoluoghi, ma restano poco trafficati e comunque sono poco raggiungibili da chi abita nelle aree interne. Il vento ha attirato le multinazionali delle energie rinnovabili con i loro parchi eolici. Ma questi non hanno creato un valore aggiunto significativo né a livello economico né infrastrutturale.

Risultato? L'emorragia migratoria non si arresta e si somma al calo demografico che colpisce l'Italia, accelerando quella progressiva desertificazione del Mezzogiorno che l'Istat certifica da oltre quindici anni. Il Mezzogiorno si spopola, ma il suo territorio conserva le tracce di soluzioni costruttive superate da decenni, costruzioni mai terminate e mai abitate. Case ancora non finite eppure in vendita da anni. I cartelli "Vendesi" punteggiano atmosfere surreali. Riportano sovente recapiti internazionali talvolta consumati dal tempo e ormai illeggibili.

Come mute sirene in un mare deserto, quei cartelli laceri provano a richiamare acquirenti inesistenti, cantano il requiem di immobili così privi di valore da essere regalati, purché ci si accolli il passaggio di proprietà. A chi aveva investito nel mattone, non sono concesse molte speranze, può solo rimanere imprigionato nelle sue stesse mura. Anche se riuscisse a liquidare i suoi beni, infatti, quel che ne potrebbe ricavare oggi non gli permetterebbe di spostarsi altrove. A chi rimane non resta che assistere impotente al tracollo della sua Terra inghiottita da crepe che non spaccano solo asfalto o muri abbandonati, ma anche la società stessa.



Audio ambientale
Registrazioni nei luoghi delle riprese fotografiche


Myphotoportal fanzine #3
Tiratura 75 copie
Prezzo 14,00 euro


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Antonio
Consigliere della Corte dei Conti
Dal 1990 a Civitavecchia, Roma
 
[infoHide= Testimonianza]
 
A Foiano, il mio paese
di Antonio Di Stazio

Debbo innanzitutto confessare di provare ancora oggi, dopo tanto tempo (sono andato definitivamente via dal paese nel 1984), un forte senso di vuoto, una sorta di “colpa” per non aver avuto la forza di restare, per tentare di migliorare (com’è naturale per qualsiasi membro di una comunità) le condizioni di vita di chi, come me, è nato e cresciuto in un territorio lontano dalla storia – quella che conta – poiché da sempre abbandonato a se stesso da una classe politica inetta, incapace anche solo di pensare ad una prospettiva di progresso sociale ed economico.

Allora – ma la cosa vale ancora più per i giovani d’oggi, tenuto conto della situazione in cui versa oggi il mio paese a distanza di oltre trent’anni – il sogno di un giovane di ventisei/ventisette anni era quello di realizzare le proprie (legittime) aspettative di vita e di lavoro in luoghi in cui ciò fosse più facile o possibile, anche a costo di tagliare le proprie radici.

Oggi posso dire che il sogno l’ho effettivamente realizzato, lontano da Foiano e dalla valle del Fortore, ma mi rendo conto di avere pagato un prezzo altissimo, tanto che ogni volta che torno al mio amato paesello mi vedo sopraffatto da un immenso magone, da quel senso di colpa che nel tempo è cresciuto dal momento stesso in cui iniziavo ad allontanarmi. Ricordo con immutato affetto il periodo spensierato del liceo a San Marco dei Cavoti, benché già allora (avevo appena quindici anni) ho dovuto barcamenarmi nel gestire da solo (i miei genitori e la mia unica sorella lavoravano in Svizzera, dove li raggiungevo nel periodo delle vacanze scolastiche) le necessità di vita e di studio.

Quel periodo rappresenta comunque la parte più importante della mia vita, poiché le difficoltà quotidiane hanno forgiato fortemente il mio carattere, tanto che il periodo degli studi universitari (a Napoli) li ho vissuti con leggerezza, senza particolare sforzo, come pure il successivo praticantato presso uno studio legale a Benevento.

Posso dire che essere oggi un magistrato della Corte dei conti, dopo tanto girovagare, rappresenta non soltanto il coronamento di un sogno di una persona ma anche – o almeno spero che lo sia – un segno di riscossa di un territorio povero e dimenticato di cui tale persona è espressione.[/infoHide]
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Antonio
Consigliere della Corte dei Conti
Dal 1990 a Civitavecchia, Roma

Testimonianza

A Foiano, il mio paese
di Antonio Di Stazio


Debbo innanzitutto confessare di provare ancora oggi, dopo tanto tempo (sono andato definitivamente via dal paese nel 1984), un forte senso di vuoto, una sorta di “colpa” per non aver avuto la forza di restare, per tentare di migliorare (com’è naturale per qualsiasi membro di una comunità) le condizioni di vita di chi, come me, è nato e cresciuto in un territorio lontano dalla storia – quella che conta – poiché da sempre abbandonato a se stesso da una classe politica inetta, incapace anche solo di pensare ad una prospettiva di progresso sociale ed economico.

Allora – ma la cosa vale ancora più per i giovani d’oggi, tenuto conto della situazione in cui versa oggi il mio paese a distanza di oltre trent’anni – il sogno di un giovane di ventisei/ventisette anni era quello di realizzare le proprie (legittime) aspettative di vita e di lavoro in luoghi in cui ciò fosse più facile o possibile, anche a costo di tagliare le proprie radici.

Oggi posso dire che il sogno l’ho effettivamente realizzato, lontano da Foiano e dalla valle del Fortore, ma mi rendo conto di avere pagato un prezzo altissimo, tanto che ogni volta che torno al mio amato paesello mi vedo sopraffatto da un immenso magone, da quel senso di colpa che nel tempo è cresciuto dal momento stesso in cui iniziavo ad allontanarmi. Ricordo con immutato affetto il periodo spensierato del liceo a San Marco dei Cavoti, benché già allora (avevo appena quindici anni) ho dovuto barcamenarmi nel gestire da solo (i miei genitori e la mia unica sorella lavoravano in Svizzera, dove li raggiungevo nel periodo delle vacanze scolastiche) le necessità di vita e di studio.

Quel periodo rappresenta comunque la parte più importante della mia vita, poiché le difficoltà quotidiane hanno forgiato fortemente il mio carattere, tanto che il periodo degli studi universitari (a Napoli) li ho vissuti con leggerezza, senza particolare sforzo, come pure il successivo praticantato presso uno studio legale a Benevento.

Posso dire che essere oggi un magistrato della Corte dei conti, dopo tanto girovagare, rappresenta non soltanto il coronamento di un sogno di una persona ma anche – o almeno spero che lo sia – un segno di riscossa di un territorio povero e dimenticato di cui tale persona è espressione.




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Enrico
Laurea in Scienze Politiche
Responsabile vendite multinazionale
Dal 2014 a Monaco di Baviera, Germania
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Enrico
Laurea in Scienze Politiche
Responsabile vendite multinazionale
Dal 2014 a Monaco di Baviera, Germania
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Anna
Laurea in Lingue
Docente
Dal 2011 a Milano
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Anna
Laurea in Lingue
Docente
Dal 2011 a Milano
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Antonio
Laurea in Scienze Politiche
Giornalista professionista
Dal 2009 a Rieti
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[infoHide= Testimonianza]
 
1973
di Antonio Bianco

«Fa parte del tuo gioco assurdo girare intorno a te lo sguardo
come sei pulita si risveglia dentro me il poeta
per un attimo di eternità...»

Sul giradischi della vecchia radio a valvole turbinava “Perché ti amo” dei Camaleonti. Era uno dei successi musicali dell’estate 1973. Un anno in cui succedevano tante cose nel mondo e in Italia, ma non nel mio piccolo paese dove la vita scorreva seguendo le cadenze delle stagioni e dove un tragico fatto poteva travolgere l’intera comunità. Frotte di bambini riempivano le strade del quartiere.

Passavo la bella stagione a giocare a pallone con i miei compagni, ma al crepuscolo una voce interrompeva i miei gioghi infantili: «A cenare!». Era mia madre. A quell’ora in casa scendeva un silenzio quasi religioso per il telegiornale delle 20. Guai se volava una mosca, mio padre lanciava uno sguardo minaccioso che mi immobilizzava. Il televisore era entrato in casa da poco, ma a me quasi dispiaceva, non potevo più andare al vecchio baretto vicino casa, dove la sera ci si riuniva per guardare i film western, mentre i grandi giocavano a tre sette e scopa. Spesso capitava che non arrivavo a vedere la fine del film e mi addormentavo sulla sedia costringendo il vecchio barista a chiamare mia madre per portarmi a letto.

Ma l’estate era anche il ritorno degli emigranti. Ciò significava aspettare con trepidazione che i parenti arrivassero dalla Svizzera. Luogo misterioso e magico per me bambino che restavo confinato nel piccolo borgo. La cioccolata, il Nesquik e i pantaloncini Adidas, una volta all’anno arrivavano in casa come doni speciali, ma non c’era nessun Babbo Natale a portarli, erano i miei parenti che tornavano con le loro macchine scintillanti dalle targhe sconosciute.

Il paese si riempiva fino all’inverosimile ed era una grande festa. Oggi di quelle macchine ne arrivano poche, i figli degli emigranti non tornano più, tranciando per sempre quel gomitolo di lana che legava chi partiva con chi restava. Ed io non guardo un film western da una vita.[/infoHide]
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Antonio
Laurea in Scienze Politiche
Giornalista professionista
Dal 2009 a Rieti
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Testimonianza

1973
di Antonio Bianco


«Fa parte del tuo gioco assurdo girare intorno a te lo sguardo
come sei pulita si risveglia dentro me il poeta
per un attimo di eternità...»


Sul giradischi della vecchia radio a valvole turbinava “Perché ti amo” dei Camaleonti. Era uno dei successi musicali dell’estate 1973. Un anno in cui succedevano tante cose nel mondo e in Italia, ma non nel mio piccolo paese dove la vita scorreva seguendo le cadenze delle stagioni e dove un tragico fatto poteva travolgere l’intera comunità. Frotte di bambini riempivano le strade del quartiere.

Passavo la bella stagione a giocare a pallone con i miei compagni, ma al crepuscolo una voce interrompeva i miei gioghi infantili: «A cenare!». Era mia madre. A quell’ora in casa scendeva un silenzio quasi religioso per il telegiornale delle 20. Guai se volava una mosca, mio padre lanciava uno sguardo minaccioso che mi immobilizzava. Il televisore era entrato in casa da poco, ma a me quasi dispiaceva, non potevo più andare al vecchio baretto vicino casa, dove la sera ci si riuniva per guardare i film western, mentre i grandi giocavano a tre sette e scopa. Spesso capitava che non arrivavo a vedere la fine del film e mi addormentavo sulla sedia costringendo il vecchio barista a chiamare mia madre per portarmi a letto.

Ma l’estate era anche il ritorno degli emigranti. Ciò significava aspettare con trepidazione che i parenti arrivassero dalla Svizzera. Luogo misterioso e magico per me bambino che restavo confinato nel piccolo borgo. La cioccolata, il Nesquik e i pantaloncini Adidas, una volta all’anno arrivavano in casa come doni speciali, ma non c’era nessun Babbo Natale a portarli, erano i miei parenti che tornavano con le loro macchine scintillanti dalle targhe sconosciute.

Il paese si riempiva fino all’inverosimile ed era una grande festa. Oggi di quelle macchine ne arrivano poche, i figli degli emigranti non tornano più, tranciando per sempre quel gomitolo di lana che legava chi partiva con chi restava. Ed io non guardo un film western da una vita.




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Francesca
Laurea in Scienze della Comunicazione
Giornalista professionista
Dal 2005 a Trieste
facebook / instagram
  
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Scelte
di Francesca Iannelli

Vent’anni. Sono vent’anni che sono andata via da San Bartolomeo. Sono andata via per frequentare l’università, per diventare quello che sin da bambina ho sempre sognato di essere: una giornalista. E oggi posso dire, con una certa soddisfazione, di esserci riuscita.

A volte mi chiedo quanto sarebbe stata diversa la mia vita se fossi rimasta in “zona”, se avessi deciso di fermarmi o di ritornare a un certo punto del mio percorso. Ma, devo ammettere che la mia risposta è fortemente influenzata da sfiducia e scetticismo. Una sfiducia generalizzata e consolidata, espressione di tempi incerti e di prolungate e scarse attenzioni nei confronti di alcune zone del nostro Paese - in particolare del Sud - troppo spesso dimenticate e isolate.

Zone isolate senza essere un’isola. Senza mare, senza barche. E soprattuto senza vie di comunicazione; le arterie, piccole e grandi, quelle che uniscono, che creano ponti, che permettono di raggiungere luoghi e persone, idee e culture, sono da sempre una pecca di molte zone dell’Italia e una di queste è il Fortore. Accanto alle strade poi ci sono le infrastrutture. Come si vive in un paese senza un ospedale, senza una libreria, senza una piscina, senza un cinema? Un paese che oggi ospita pochissimi giovani, perché molti, come me, hanno scelto di costruire la loro vita altrove, mossi dalla necessità o dal desiderio di nuove opportunità, occasioni ed esperienze.

La verità è che non lo so come si vive, oggi, in una zona così, in cui il calo demografico è pari solo al numero di case abbandonate. In fondo io sono una di coloro che hanno scelto di andare via per avere una vita diversa, per avere almeno la possibilità di scegliere. Una possibilità reale che dovrebbero avere tutti. Forse sembrerò un’ingrata, una persona che ha voltato le spalle alla propria terra, ma non mi vergogno di dire che sono felice di essere andata via perché, anche se non è sempre stato facile, ho vissuto esperienze e avuto opportunità che non credo avrei avuto se fossi rimasta.

Questo non significa che non sia legata alla mia casa, ai miei affetti, all’asilo verde (che oggi è diventato blu), al liceo scientifico “E. Medi” (che non aveva la palestra, ma per fortuna oggi ce l’ha) e a tutti quei luoghi in cui sono ben piantate le radici su cui ho costruito quello che sono. Ma credo che per vivere un luogo, per abitarlo, per sceglierlo come casa in cui far crescere i propri sogni, le proprie ambizione e magari anche la propria famiglia, ci voglia qualcosa in più.

Se penso di tornare prima o poi? Non è una domanda che mi sono ancora posta, ma nella vita non si può mai dire. Chissà, magari un giorno, nemmeno troppo lontano, mi potrebbe venire voglia di ridare un po’ di linfa alle mie radici. E allora sì che comincerei a farmi un po’ di domande e, soprattutto, a cercare qualche risposta.[/infoHide]
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Francesca
Laurea in Scienze della Comunicazione
Giornalista professionista
Dal 2005 a Trieste
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Testimonianza

Scelte
di Francesca Iannelli


Vent’anni. Sono vent’anni che sono andata via da San Bartolomeo. Sono andata via per frequentare l’università, per diventare quello che sin da bambina ho sempre sognato di essere: una giornalista. E oggi posso dire, con una certa soddisfazione, di esserci riuscita.

A volte mi chiedo quanto sarebbe stata diversa la mia vita se fossi rimasta in “zona”, se avessi deciso di fermarmi o di ritornare a un certo punto del mio percorso. Ma, devo ammettere che la mia risposta è fortemente influenzata da sfiducia e scetticismo. Una sfiducia generalizzata e consolidata, espressione di tempi incerti e di prolungate e scarse attenzioni nei confronti di alcune zone del nostro Paese - in particolare del Sud - troppo spesso dimenticate e isolate.

Zone isolate senza essere un’isola. Senza mare, senza barche. E soprattuto senza vie di comunicazione; le arterie, piccole e grandi, quelle che uniscono, che creano ponti, che permettono di raggiungere luoghi e persone, idee e culture, sono da sempre una pecca di molte zone dell’Italia e una di queste è il Fortore. Accanto alle strade poi ci sono le infrastrutture. Come si vive in un paese senza un ospedale, senza una libreria, senza una piscina, senza un cinema? Un paese che oggi ospita pochissimi giovani, perché molti, come me, hanno scelto di costruire la loro vita altrove, mossi dalla necessità o dal desiderio di nuove opportunità, occasioni ed esperienze.

La verità è che non lo so come si vive, oggi, in una zona così, in cui il calo demografico è pari solo al numero di case abbandonate. In fondo io sono una di coloro che hanno scelto di andare via per avere una vita diversa, per avere almeno la possibilità di scegliere. Una possibilità reale che dovrebbero avere tutti. Forse sembrerò un’ingrata, una persona che ha voltato le spalle alla propria terra, ma non mi vergogno di dire che sono felice di essere andata via perché, anche se non è sempre stato facile, ho vissuto esperienze e avuto opportunità che non credo avrei avuto se fossi rimasta.

Questo non significa che non sia legata alla mia casa, ai miei affetti, all’asilo verde (che oggi è diventato blu), al liceo scientifico “E. Medi” (che non aveva la palestra, ma per fortuna oggi ce l’ha) e a tutti quei luoghi in cui sono ben piantate le radici su cui ho costruito quello che sono. Ma credo che per vivere un luogo, per abitarlo, per sceglierlo come casa in cui far crescere i propri sogni, le proprie ambizione e magari anche la propria famiglia, ci voglia qualcosa in più.

Se penso di tornare prima o poi? Non è una domanda che mi sono ancora posta, ma nella vita non si può mai dire. Chissà, magari un giorno, nemmeno troppo lontano, mi potrebbe venire voglia di ridare un po’ di linfa alle mie radici. E allora sì che comincerei a farmi un po’ di domande e, soprattutto, a cercare qualche risposta.




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Alfonso
Geometra
Progettista meccanico
Dal 2011 a Milano
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Alfonso
Geometra
Progettista meccanico
Dal 2011 a Milano
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Donatella
Laurea specialistica in Statistica e Informatica
Data analyst
Dal 2008 a Roma
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Donatella
Laurea specialistica in Statistica e Informatica
Data analyst
Dal 2008 a Roma
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Luca
Laurea in Ingegneria Informatica
Consulente e team manager
Dal 2008 a Milano
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Luca
Laurea in Ingegneria Informatica
Consulente e team manager
Dal 2008 a Milano
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Antonio
Laurea in Scienze della Comunicazione e Master in Web Marketing
Responsabile comunicazione
Dal 2008 a Roma
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[infoHide= Testimonianza]
 
La misura
di Antonio Fusco

Me ne andai prima di partire, perché il paese mi sembrava stretto ed in discesa. Sbig (*) che sembra puntare i piedi per restare aggrappato al costone per non scivolare verso il fiume. Prima il ritorno ogni mese, ogni due, poi via via più lunghi i tempi.

Il dialetto che non ho mai saputo parlare bene, gli anziani e la saggezza, gli anziani e l’arretratezza. La lentezza. L’approssimazione. Commiserazione ed invidia. E l’orgoglio che viene fuori quando sai da dove vieni. Il legame che si riallaccia ogni volta che si sale per le curve, anzi, per l’Amborchia, perchè sai che fra pochi chilometri sarai a casa.

Prima Roma, poi il nord, Milano, i sorrisi e pregiudizi, straniero in Italia. Poi altri posti e sempre Sbig come metro di paragone: ancora oggi per calcolare ad occhio l’altezza di un edificio, una torre o qualsiasi cosa uso come riferimento i 36 metri del campanile della Chiesa Madre: mi concentro, visualizzo e con una certa sicurezza mi pronuncio sulla misura dell’oggetto in questione. L’orgoglio per chi riesce a fare qualcosa di buono, la rabbia per le occasioni perse, l’abbandono. “Perché non fanno come al nord, anzi, come in Emilia Romagna?”; perché Sbig non è Nord, non è Emilia Romagna. E non è nemmeno Benevento: è solo Sbig, simile e diverso da ogni paese della valle.

In tanti - troppi - siamo andati via, in tanti torneremo solo per pochi giorni, perché è casa ma non è il posto in cui vivere. E forse non è giusto. Le cento e più abitazioni abbandonate aumentano ogni volta che torno. Da diverse settimane seguo quel che accade in un piccolo paese, dove la gente ha smesso di aspettare ed ha deciso di lottare per cambiare, per non arrendersi al “così vanno le cose!”.

Le iniziative, le lotte e le vittorie sono frutto di persone che hanno capito qualcosa di importante. Sono impressionato e stupito dalla volontà e voglia di queste persone. Sono convinto che sia un esempio da seguire. No, il paesino non si trova in Svezia, Inghilterra, Emilia Romagna o in qualche posto del Nord civile ed evoluto: si chiama Falerna ed è in provincia di Catanzaro.


(*) Sbig - acronimo di "San Bartolomeo in Galdo", comune in provincia di Benevento situato sull'Appennino sannita[/infoHide]
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Antonio
Laurea in Scienze della Comunicazione e Master in Web Marketing
Responsabile comunicazione
Dal 2008 a Roma
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La misura
di Antonio Fusco


Me ne andai prima di partire, perché il paese mi sembrava stretto ed in discesa. Sbig (*) che sembra puntare i piedi per restare aggrappato al costone per non scivolare verso il fiume. Prima il ritorno ogni mese, ogni due, poi via via più lunghi i tempi.

Il dialetto che non ho mai saputo parlare bene, gli anziani e la saggezza, gli anziani e l’arretratezza. La lentezza. L’approssimazione. Commiserazione ed invidia. E l’orgoglio che viene fuori quando sai da dove vieni. Il legame che si riallaccia ogni volta che si sale per le curve, anzi, per l’Amborchia, perchè sai che fra pochi chilometri sarai a casa.

Prima Roma, poi il nord, Milano, i sorrisi e pregiudizi, straniero in Italia. Poi altri posti e sempre Sbig come metro di paragone: ancora oggi per calcolare ad occhio l’altezza di un edificio, una torre o qualsiasi cosa uso come riferimento i 36 metri del campanile della Chiesa Madre: mi concentro, visualizzo e con una certa sicurezza mi pronuncio sulla misura dell’oggetto in questione. L’orgoglio per chi riesce a fare qualcosa di buono, la rabbia per le occasioni perse, l’abbandono. “Perché non fanno come al nord, anzi, come in Emilia Romagna?”; perché Sbig non è Nord, non è Emilia Romagna. E non è nemmeno Benevento: è solo Sbig, simile e diverso da ogni paese della valle.

In tanti - troppi - siamo andati via, in tanti torneremo solo per pochi giorni, perché è casa ma non è il posto in cui vivere. E forse non è giusto. Le cento e più abitazioni abbandonate aumentano ogni volta che torno. Da diverse settimane seguo quel che accade in un piccolo paese, dove la gente ha smesso di aspettare ed ha deciso di lottare per cambiare, per non arrendersi al “così vanno le cose!”.

Le iniziative, le lotte e le vittorie sono frutto di persone che hanno capito qualcosa di importante. Sono impressionato e stupito dalla volontà e voglia di queste persone. Sono convinto che sia un esempio da seguire. No, il paesino non si trova in Svezia, Inghilterra, Emilia Romagna o in qualche posto del Nord civile ed evoluto: si chiama Falerna ed è in provincia di Catanzaro.


(*) Sbig - acronimo di "San Bartolomeo in Galdo", comune in provincia di Benevento situato sull'Appennino sannita





Pasquale
Laurea in Lettere e Filosofia
Docente
Dal 1978 a Gorla Minore, Varese
 
[infoHide= Testimonianza]
 
Terra mia
di Pasquale Gentilcore

Cara terra mia,
per la prima volta, dopo una lunga riflessione, ho deciso di scriverti una lettera convinto che questa forma di comunicazione sia da considerarsi la più diretta, la più confidenziale e certamente la più ricca di motivazioni sentimentali. Sono sicuro, nonostante siano trascorsi tanti anni, che ancora ti ricordi di me e del "familiar" legame che ci unisce.

Sono un tuo "figlio", uno dei tanti che tempo fa a malincuore per ragioni di lavoro, orgogliosamente, prese la decisione di lasciarti, ma che giammai ti ha dimenticato. Conservo nei cassetti della memoria tanti indelebili e cari ricordi: i luoghi, le persone, le usanze, i tanti eventi della vita in tua "compagnia", l'entusiasmo e le aspettative proprie della lontana giovinezza.

Nonostante tutto, posso assicurarti che quell'invisibile, ma tenace, cordone ombelicale che ci univa non si è mai spezzato: sei stata e rimarrai per sempre mia "genitrice" e parte essenziale del mio esistere. Voglio aggiungere, inoltre, che non nutro alcun rancore nei tuoi confronti e che il sentimento dell'ingratitudine non mi appartiene.

Al contrario, devo confessarti che spesse volte un senso di rimorso ha toccato il mio cuore invitandomi a riflettere: ho fatto realmente tutto quanto potevo per aiutarti? Sono stato sempre coerente e determinato nei miei convincimenti? Ho saputo trasmettere motivi di speranza e di positività? Credo che la presunzione sarebbe la peggior risposta possibile, ma posso solo dirti che in buona fede, sorretto da una sana utopia, ci ho sempre provato, ma soprattutto creduto.

Con immutato e sincero affetto,
il tuo Pasquale[/infoHide]
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Pasquale
Laurea in Lettere e Filosofia
Docente
Dal 1978 a Gorla Minore, Varese

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Terra mia
di Pasquale Gentilcore


Cara terra mia,
per la prima volta, dopo una lunga riflessione, ho deciso di scriverti una lettera convinto che questa forma di comunicazione sia da considerarsi la più diretta, la più confidenziale e certamente la più ricca di motivazioni sentimentali. Sono sicuro, nonostante siano trascorsi tanti anni, che ancora ti ricordi di me e del "familiar" legame che ci unisce.

Sono un tuo "figlio", uno dei tanti che tempo fa a malincuore per ragioni di lavoro, orgogliosamente, prese la decisione di lasciarti, ma che giammai ti ha dimenticato. Conservo nei cassetti della memoria tanti indelebili e cari ricordi: i luoghi, le persone, le usanze, i tanti eventi della vita in tua "compagnia", l'entusiasmo e le aspettative proprie della lontana giovinezza.

Nonostante tutto, posso assicurarti che quell'invisibile, ma tenace, cordone ombelicale che ci univa non si è mai spezzato: sei stata e rimarrai per sempre mia "genitrice" e parte essenziale del mio esistere. Voglio aggiungere, inoltre, che non nutro alcun rancore nei tuoi confronti e che il sentimento dell'ingratitudine non mi appartiene.

Al contrario, devo confessarti che spesse volte un senso di rimorso ha toccato il mio cuore invitandomi a riflettere: ho fatto realmente tutto quanto potevo per aiutarti? Sono stato sempre coerente e determinato nei miei convincimenti? Ho saputo trasmettere motivi di speranza e di positività? Credo che la presunzione sarebbe la peggior risposta possibile, ma posso solo dirti che in buona fede, sorretto da una sana utopia, ci ho sempre provato, ma soprattutto creduto.

Con immutato e sincero affetto,
il tuo Pasquale




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Anna Clelia
Laurea in Neuroscienze cognitive
Psicoterapeuta ed Esperta in Neuropsicologia
Dal 2002 a Roma
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Anna Clelia
Laurea in Neuroscienze cognitive
Psicoterapeuta ed Esperta in Neuropsicologia
Dal 2002 a Roma
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Santino
Laurea in Economia Aziendale e Master in Business Administration 
Responsabile delle attività di corporate finance e investment banking
Dal 2003 a Chicago, Stati Uniti d'America
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Santino
Laurea in Economia Aziendale e Master in Business Administration
Responsabile delle attività di corporate finance e investment banking
Dal 2003 a Chicago, Stati Uniti d'America
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[infoHide= Informazioni e statistiche]

Le fotografie sono state realizzate dal 2013 al 2019 in un'area che prende il nome di "Val Fortore". Questa zona è situata sull'Appennino meridionale e in particolare sull'Appennino sannita, tra il settore nord della Campania ed il Molise. I comuni interessati dalle riprese si trovano in provincia di Benevento e sono: Baselice, Castelvetere in Val Fortore, Foiano di Val Fortore, Montefalcone di Val Fortore, San Bartolomeo in Galdo. Per ciascuno dei comuni, sono riportati i dati statistici sull'andamento demografico della popolazione residente, sul movimento naturale (nascite, decessi e saldo naturale) e sul saldo migratorio totale. I dati riportati fanno riferimento ad un periodo temporale che va dall'anno 2001 all'anno 2018 incluso. Origine dati: ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica, Roma.


Baselice (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 2.834
al 31/12/2018: 2.266

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018
nascite: 299
decessi: 614
saldo naturale: -315

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: -296



Castelvetere in Val Fortore (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 1.810
al 31/12/2018: 1.130

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018 
nascite: 87
decessi: 513
saldo naturale: -426

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: -286



Foiano di Val Fortore (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 1.550
al 31/12/2018: 1.404

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018
nascite: 186
decessi: 326
saldo naturale: -140

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: +1



Montefalcone di Val Fortore (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 1.829
al 31/12/2018: 1.429

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018 
nascite: 168
decessi: 468
saldo naturale: -300

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: -101



San Bartolomeo in Galdo (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 5.825
al 31/12/2018: 4.644

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018 
nascite: 646
decessi: 1.358
saldo naturale: -712

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: -504
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Informazioni e statistiche

Le fotografie sono state realizzate dal 2013 al 2019 in un'area che prende il nome di "Val Fortore". Questa zona è situata sull'Appennino meridionale e in particolare sull'Appennino sannita, tra il settore nord della Campania ed il Molise. I comuni interessati dalle riprese si trovano in provincia di Benevento e sono: Baselice, Castelvetere in Val Fortore, Foiano di Val Fortore, Montefalcone di Val Fortore, San Bartolomeo in Galdo. Per ciascuno dei comuni, sono riportati i dati statistici sull'andamento demografico della popolazione residente, sul movimento naturale (nascite, decessi e saldo naturale) e sul saldo migratorio totale. I dati riportati fanno riferimento ad un periodo temporale che va dall'anno 2001 all'anno 2018 incluso. Origine dati: ISTAT, Istituto Nazionale di Statistica, Roma.


Baselice (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 2.834
al 31/12/2018: 2.266

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018
nascite: 299
decessi: 614
saldo naturale: -315

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: -296



Castelvetere in Val Fortore (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 1.810
al 31/12/2018: 1.130

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018
nascite: 87
decessi: 513
saldo naturale: -426

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: -286



Foiano di Val Fortore (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 1.550
al 31/12/2018: 1.404

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018
nascite: 186
decessi: 326
saldo naturale: -140

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: +1



Montefalcone di Val Fortore (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 1.829
al 31/12/2018: 1.429

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018
nascite: 168
decessi: 468
saldo naturale: -300

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: -101



San Bartolomeo in Galdo (BN)
Popolazione residente
al 31/12/2001: 5.825
al 31/12/2018: 4.644

Dal 01/01/2002 al 31/12/2018
nascite: 646
decessi: 1.358
saldo naturale: -712

Saldo migratorio
verso altri comuni ed estero
dal 31/12/2001 al 31/12/2018: -504

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